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Il tarocco Piemontese

Grazie alla sua vicinanza alla Francia, ma forse anche per influenza dell’Italia settentrionale, il Piemonte conobbe e usò ben presto i tarocchi, che sono ancora uno dei pochissimi mazzi di questo genere in produzione. Intorno al 1830 una famiglia di Torino, i Vergnano, avviarono la produzione di un nuovo modello, oggi definito “Tarocco piemontese”, simile ai Tarocchi cosiddetti “di Marsiglia. Tuttavia, come ha rilevato lo storico Giordano Berti, i Tarocchi di Vergnano si distinguono dalla produzione francese per lo stile e per il contenuto di alcune carte, in particolare per il Matto, vestito con i pantaloni a sbuffo, che insegue una farfalla; per il Bagatto, che ha sul tavolo gli strumenti del calzolaio; per il Diavolo, che ha un muso di felino che spunta dall’addome; per il Giudizio, detto Angelo, dove i morti emergono dalle fiamme, collegandosi con l’iconografia popolare delle anime del Purgatorio; per l’Asso di Coppe, un vaso colmo di fiori e frutti. Altra variazione rispetto al mazzo “marsigliese” è l’uso dei numeri arabi al posto di quelli romani. Nella seconda metà di quel secolo, sulla base del mazzo di Vergnano fu introdotto il modello a due teste, senza dubbio utile ai giocatori che non dovevano girare le carte ogni volta che si presentavano rovesciate.